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Questioni di STIMA

Ci sono persone di cui non ho nessuna stima. La mia stima non nasce dal numero di libri che vendi, da come fingi di produrre cultura appropriandoti dei percorsi collettivi. La mia stima ti manca completamente quando fingi di resistere affondando le mani nel magma del pensiero collettivo per crearti un personaggio. La mia stima ti manca quando non sai risolvere una questione personale con dignità e ti lanci nella diffamazione, in modo anche pietoso.

Io stessa ho deciso di entrare “nei meccanismi di produzione della cultura” per attuare un disperato atto di R*esistenza ad un mondo ignorante, che va a rotoli, ad un nuovo fascismo che fa leva sull’ignoranza travestita da cultura generale (cose del tipo “chi ha vinto il grande fratello 5?”)

Ci sono delle persone che sono entrate in questi meccanismi solo per il proprio tornaconto. Si sono appropriate di percorsi collettivi solo per il gusto di costruirsi un “personaggio” sulle basi della cultura altrui.

Per anni ho pensato che le dinamiche di entrismo fossero sbagliate, questo perché quando accetti determinate attitudini inevitabilmente ne vieni sporcato. D’altro canto non ho mai creduto appieno nel mito dei DURI&PURI.

Sicuramente  anche io mi sto sporcando le mani con l’anima, sto imparando a fare i conti con un mondo che disprezzo completamente, ad avere a che fare quotidianamente con persone che preferirei vedere appese per i piedi.

Ma certe cose mi lasciano in bocca sempre e solo un retrogusto di MERDA.

Ci sono persone che sono ANNI che mando a fanculo.

Chissà che ci rimangano.

Sigarette, tea, e un bagno caldo.

Oggi ho fumato un sacco di sigarette. Mi accorgo di aver fumato troppo perchè mi si abbassa ulteriormente la voce, perchè non ho più voglia di parlare, perchè i pensieri si rincorrono uno dietro l’altro come le pagine di un libro.Ogni sigaretta ha il sapore amaro dell’indecisione. Ho quasi paura di rimanere aggrappata miei pensieri, al mio silenzio.

Oggi.

Nonostante tutto, sento il bisogno fisiologico di un momento di solitudine. Di uno spazio dove ci sono solo io.

Non parlo della solitudine di ore passate a girare su bus e metro. Ho bisogno di fissare il vuoto ad occhi chiusi, di non fumare un’altra sigaretta, che invece mi pende dalle labbra mentre scrivo. Ho bisogno di stendere i muscoli, di non serrare la mascella.

Sta arrivando un altro cambiamento, l’ennesimo trasferimento su lunga distanza, ed in un primo tempo non mi porterà a casa.

Per la prima volta ho paura, perchè non ho più niente da perdere, ed è quello che mi blocca e mi incupisce più di ogni altra cosa.

“Come stai oggi?” la risposta più vicina alla realtà è “Non lo so. Non lo so davvero.” Le mani si muovono e scrivono. Questo vuol dire che sono viva. Gli antidolorifici oggi non hanno placato i dolori. Forse anche questo vuol dire che sono viva.

Una tazza di the, un bagno caldo, e quella che vorrei fosse l’ultima sigaretta della giornata, sono l’unico balsamo che conosco, almeno in questo momento…

La bambina

Sono silenziose le stanze del pensiero,
disse la bambina con gli occhiali.
Era un sussulto di buon umore
fra uno sguardo di sorpresa
e una strizza di apprensione:
portava scarpe da ginnastica e maglione
perche’ tanto silenziose? chiese
il signore dalla ruga in fronte.
Sono silenziose perche’ solitarie
disse la bambina mangiandosi un labbro
e sono solitarie perche’ quiete e ariose.
Ma lui non riusciva a capire, per lui il silenzio era vuoto e noia,
lui guardava il giovane seno di lei e
se ne compiaceva. aveva due tasche
piene di progetti e la bocca morbida di cavallo.
Sono silenziose le mie stanze del pensiero,
disse la bambina togliendosi gli occhiali.
L’uomo con la ruga in fronte sorrise tristemente
Lui credeva nel pensiero germinativo
ma anche nei giovani seni di donna.
E’ vuota la tua stanza disse e i pensieri sono morti
lei inghiotti un chilo d’aria
pensosa improvvisamente presa
da un desiderio struggente d’amore
forse si, forse sono senza pensieri, si disse
e vide la sua stanza volare via leggera
sopra due ali di carne,
dove vai? chiese
ma le rispose solo il sorriso triste
dell’uomo con la ruga in fronte

Dacia Maraini.

Lo so che le tue stanze del pensiero sono vuote stasera bambina mia. Ma ti voglio bene. Sempre.

MISSING

In genere non metto post così personali. non avevo nemmeno intenzione di farlo, ma a questo punto non so che altro fare. Scusatemi.

Intorno all’11 settembre è sparito Phobos. E’un gattone bianco con delle macchie tigrate, dolcissimo con il naso rosa, basta chiamarlo perchè si avvicini e faccia fusa a chiunque.

Se a Roma dalle parti di Acqua fredda - monte spaccato vi capita di vederlo vi prego, acciuffatelo e fatemelo sapere subito.

Vi prego non so più dove possa esser sparito.

Lui è fatto così:

phobos&deimos.jpgphobos.jpgph.jpgdscn01341.JPG

Vuoi mettere…

Roma Roma Roma

Sara un anno fa mi scriveva queste parole:

 Roma è enorme, è bastarda e se ne frega di tutto.

Sembra amica ed accogliente, ma in realtà sta pensando se per caso non le farai le scarpe,o se le puoi venire bene.

Roma è da sempre abituata al potere e funziona come una corte. Migliaia di corti più o meno grandi che ruotano attorno ai sovrani di turno.

A Roma nessuno fa un lavoro normale: sono tutti registi, aiuto registi, attori, pittori, musicisti, redattori, cineasti, poeti, soubrette, ballerini, sceneggiatori e chi più ne ha più ne metta.

Magari lavorano in un bar o alla cassa di un supermecato, ma quello è sempre un impiego temporaneo…se chiedi cosa fanno citano l’appartenenza ad una corte, non dove vivono o come si guadagnano il pane.

È passato più di un anno da quella mail. È passato più di un anno dal mio arrivo in questa città.

Per quanto mi sforzi non riesco a vederla diversamente.

Il telefono senza fili - Dagli all’untore.

Se ve lo stavate chiedendo sì. Sono morta.

Succede di morire un po’ per poter vivere.

A me è successo spesse volte.

Un anno e passa di Roma hanno messo a dura prova il mio sistema nervoso.

Per inseguire qualcosa mi sono persa. Ho perso di vista chi sono e da dove vengo
Sono cose che succedono.

Ho perso di vista quello che amo e ho rinchiuso la nostalgia in un angolo del cervello, per non darle più peso.

Quando ero piccola non capivo bene il meccanismo del “telefono senza fili”. Per me era incomprensibile che partendo dalla parola “Topo” si potesse arrivare alla fine del gioco a “cazzi in culo rotanti”.

Non avevo la malizia di storpiare quel che sentivo. È una cosa che mi rimane addosso anche adesso.

Quando si diventa grandi, il gioco del telefono senza fili rimane immutato.
Cambia nome. E secondo me diventa un po’ “Dagli all’untore”. Il più vecchio gioco di società che ha ispirato fior fior di serie, a Beautiful a Centovetrine, da Un posto al sole a Beverly Hills 90210.

Essendo io un soggetto piuttosto incasinato nella gestione dei rapporti umani mi espongo facilmente a questo gioco.

Ecco che così quando ho detto SCENDO A COMPRARE IL PANE finisce che a qualcuno arriva che ho detto di lui che “è un bastardo cane infame”.

Non è che io sia un angelo sceso dal cielo. Mi sa che è più corretto dire che sono un’appartenente alla schiera di quelli decaduti. Va bene.

Però mi capita molto spesso di non capire le regole del gioco o di perdermi per strada perchè mi sfuggono una serie di meccanismi.

Mi sono ritrovata davvero dispersa. Non mi ricordavo chi sono quando mi alzavo dal letto. Non me lo ricordavo quando andavo a dormire.

Ho cercato di assomigliare a qualcosa che non sono per il bene comune. Ho cercato di imbrigliare il mio caos. Mi sono frustrata. Fustigata. Ammansita.

Francamente non mi è servito ad un cazzo.

Poi camminando per le strade di Roma sono riuscita a rincontrare le persone che ho lasciato tempo fa, mi sono ricordata di cosa amo. E non mi ha fatto paura.

Amo la mia solitudine, la feccia che mi abita l’anima. Il mio sangue nero di veleno.

Amo il mio caos, in cui mi muovo saltellando come una vecchia pazza sotto la pioggia.

Amo la mia storia di merda, i passaggi feroci della mia vita.

Amo il frutto di quello che sono.

Amo la potenza di quello che posso diventare.

Ma quello che amo più di tutto quanto è la consapevolezza e il desiderio del momento in cui tutto quello che sono stata, tutti i mostri che vedo quando mi guardo allo specchio non saranno più parte di me.

Amo il giorno in cui chiuderò tutto questo in uno stipone e non camminerò più per mano al mio io mostruoso.

La via di uscita da questo fiume di merda è sempre in fondo a destra.

[HOW-TO] Sopravvivenza ai mezzi pubblici di Roma.

Sopravvivere ai trasporti pubblici di Roma è un’arte che va affinata.

Uno dei motivi principali è la “frequenza” con cui riescono a non passare.

Facciamo un esempio: l’unica linea bus che passa vicino a casa mia è il 906. Transita ogni 30 minuti circa. Che a volte sono 45 - 50, che a volte sono un bus dietro l’altro e tu li perdi tutti e due tra le bestemmie e rimani incastrata in culonia a fare le ragnatele alla fermata del bus.
Ora qualcuno può spiegarmi due cose?

  1. Come cazzo si fa a programmare una linea urbana che passa DUE volte all’ora? (e come si fa a non morire di emorroidi per questo motivo?)
  2. In base a quale cazzo di algoritmo queste DUE volte all’ORA riescono ad essere TRE e poi ZERO (esempio stamattina ho aspetato il bus 55 minuti. vuol dire che non passava da un’era geologica.)

Un’altra cosa a cui bisogna sopravvivere è la metropolitana. Soprattutto bisogna sopravvivere ai PRIMATI che ne usufruiscono.
Facciamo una piccola serie di esempi:

  1. Gli esseri sottosviluppati che usano questo mezzo di trasporto riusciranno ad incrementare la loro velocità fisica del 600% per accapparrarsi un posto a sedere (producendo anche scene ridicole del tipo 4 persone sedute una sopra all’altra, e litigi su quale di questi aveva visto il posto)
  2. Gli stessi esseri, che da ora in poi chiamaeremo homo primates insanpiens* riusciranno ad aumentare il loro volume almeno del 200% nel caso il posto a fianco a loro sia libero ( questo in modo da avere più spazio per loro, e non far sedere nessuno accanto, per chi ha già un volume discretamente ampio basta allargare le gambe, mentre per gli altri soggetti basta appoggiare un numero spropositato di borse, sacchetti e stronzate accanto a sé in modo da occupare il posto nel menefreghismo più totale.)
  3. Gli homo primates insapiens, per i fatti del punto 1, sono perfettamente in grado di ostruire le porte di uscita dai vagoni, occupando interamente la banchina e impedendo ai viaggiatori di scendere spingendoli a spallate all’interno del vagone (producendo uno spappolamento collettivo di organi interni e un rovesciamento degli organi genitali)
  4. Questa specie, inoltre, è in grado di affollare - in modalità gregge - le scale mobili di una qualsiasi stazione metro, in modo da non facilitare il passaggio a piedi di chi magari ha bisogno di risalire la scala senza aspettare che il branco venga vomitato lentamente al piano superiore. (facciamo l’esempio di qualcun* che scende a Termini e deve correre per prendere il treno?)
  5. Per le prerogative descritte nel punto 4 gli stessi esseri riusciranno a creare congestionamenti di folla all’uscita delle stazioni o nei corridoi dello stesso snodo di Termini.
  6. All’interno della metropolitana di Roma l’ossigeno è una leggenda (metropolitana giustappunto)

Un’altra prerogativa spettacolare dei mezzi pubblici romani è quella si assomigliare spesso e volentieri a dei cassonetti di rumenta con le ruote.

Inoltre (sempre per un algoritmo a noi ancora sconosciuto) autobus e tram riescono ad impiegare dei tempi ultradimensionali per percorrere distanze brevissime (ad esempio per percorrere 3 km nel tessuto cittadino posso impegare all’incirca 35 - 40 minuti).

Per concludere è anche il caso di considerare gli autisti di queste vetture: nella maggior parte dei casi sono in grado di:

  1. chiuderti le porte in faccia dopo averti visto rincorrere il bus battendo il record mondiale sui 200mt ad ostacoli,
  2. sbagliare il percorso della linea ed esibirsi in improbabili inversioni a U in strade a senso unico,
  3. saltare direttamente una o più fermate della linea (questo capita sovente il fine settimana a ridosso dell’orario della partita).

Per sopravvivere all’utilizzo dei mezzi pubblici romani (anche noti come ATAC) è importante aver ben presente queste nozioni, e girare armati di un sacchetto di improperi inesauribile.)

*ovviamente non è un latinismo ed è traducibile come “scarti dell’evoluzione umana”

Droidi


Questo disegno è stato fatto, per Collane di Ruggine,un’accozzaglia di intenti e progetti che hanno trovato una scusa per lavorare insieme.

Il principio che sta alla base di tutto e’ quello dell’autoproduzione, del Do It Yourself, facilitato dalla coproduzione, un metodo tutto interno al D.I.Y che si sta diffondendo specialmente negli ultimi anni, e finora e’ rimasto legato quasi esclusivamente alle autoproduzioni musicali.

Infatti come dicono gli stessi coproduttori di Collane di ruggine “Si tratta di sporcarsi le mani, di mettere in gioco cervello sangue e cuore senza rimanere lontani ad osservare futuri disegnati da altri.”

Per questo sono molto contenta di collaborare, anche se solo con un disegno, e sopratutto di spingere questo progetto di “editoria” alternativa. Quando meno partecipata e viva.

Andate, cercate la ruggine in giro.

Probabilmente ci troverete questi droidi all’interno del numero 1 che uscirà a breve. Forse non ce lo troverete visto che ho consegnato con un ritardo che fa paura anche a trenitalia…

Almeno ci ho provato…

Ps. per la realizzazione di questo disegno devo ringraziare almeno tre persone, ma non so se è il caso di dire i loro nomi. Non so se vogliono mischiarsi al risultato… Se capiterà ve li dirò ;)

FANCULO AI BEI MOMENTI. è chiaro il concetto?