… nella vita senza quella sana scazzottata ogni tanto?
Forse il gusto di una zucchina che non sa di nulla.
Con il computer, la nostra macchina vitale oramai, si finisce spesso a fare a cazzotti, ad esempio, quando devi aggionare il kernel a manina fai una scazzottata.
Quando devi installare java e smadonni due ore su una shell è una scazzottata
quando devi installare una serie di pacchetti e sbrocchi con l’albero delle dipendenze fino a fare apt-get PORCODDIO -f è una scazzottata
Quando il comando che scrivi più spesso è kill -9 numerodistoprocessodemmerdacheèrimastoappesoporcoddio (che poi è sempre skype) è una scazzottata.
Poi ci sono vincitori e vinti e soddisfazione.
Mi seguite fino a qui?
Ma, quando su WINDOWS devi mettere dei file in una cartella che è quella giusta. e per installare una cosa devi per forza fare avanti avanti avanti porcodio invio e poi non funziona un cazzo…
bhe in quel caso non è una scazzottata. è solo una merda di sistema operativo che non funziona manco per il cazzo. e la soddisfazione torna quando riavvii e rientri su linux.
Ho installato dei font. Ma ovviamente anche se ho chiuso e riaperto il programma, riavviato il computer, gli ho offerto il caffè, sono stata gentile e carina. NON LI TROVA NEANCHE SE CALA CRISTO!
Ora mi volete spiegare perchè per installare JAVA su windows devi fare solo avanti avanti avanti porcoddio e per istallarlo su ubuntu sto smadonnando da 2 ore senza trovare una soluzione?
Dopo una serie infinita di manuali spulciati su internet, dopo un egregio numero di comandi scritti a CAZZO, dopo aver installato tutti i pacchetti possibili immaginabili della madonna addolorata, dopo una serie di bestemmie da far spavento a Germano Mosconi, qualcuno mi illumina sl perchè sono così bionda da non riuscirci?
Sembra amica ed accogliente, ma in realtà sta pensando se per caso non le farai le scarpe,o se le puoi venire bene.
Roma è da sempre abituata al potere e funziona come una corte. Migliaia di corti più o meno grandi che ruotano attorno ai sovrani di turno.
A Roma nessuno fa un lavoro normale: sono tutti registi, aiuto registi, attori, pittori, musicisti, redattori, cineasti, poeti, soubrette, ballerini, sceneggiatori e chi più ne ha più ne metta.
Magari lavorano in un bar o alla cassa di un supermecato, ma quello è sempre un impiego temporaneo…se chiedi cosa fanno citano l’appartenenza ad una corte, non dove vivono o come si guadagnano il pane.
È passato più di un anno da quella mail. È passato più di un anno dal mio arrivo in questa città.
Per quanto mi sforzi non riesco a vederla diversamente.
Un anno e passa di Roma hanno messo a dura prova il mio sistema nervoso.
Per inseguire qualcosa mi sono persa. Ho perso di vista chi sono e da dove vengo
Sono cose che succedono.
Ho perso di vista quello che amo e ho rinchiuso la nostalgia in un angolo del cervello, per non darle più peso.
Quando ero piccola non capivo bene il meccanismo del “telefono senza fili”. Per me era incomprensibile che partendo dalla parola “Topo” si potesse arrivare alla fine del gioco a “cazzi in culo rotanti”.
Non avevo la malizia di storpiare quel che sentivo. È una cosa che mi rimane addosso anche adesso.
Quando si diventa grandi, il gioco del telefono senza fili rimane immutato.
Cambia nome. E secondo me diventa un po’ “Dagli all’untore”. Il più vecchio gioco di società che ha ispirato fior fior di serie, a Beautiful a Centovetrine, da Un posto al sole a Beverly Hills 90210.
Essendo io un soggetto piuttosto incasinato nella gestione dei rapporti umani mi espongo facilmente a questo gioco.
Ecco che così quando ho detto SCENDO A COMPRARE IL PANE finisce che a qualcuno arriva che ho detto di lui che “è un bastardo cane infame”.
Non è che io sia un angelo sceso dal cielo. Mi sa che è più corretto dire che sono un’appartenente alla schiera di quelli decaduti. Va bene.
Però mi capita molto spesso di non capire le regole del gioco o di perdermi per strada perchè mi sfuggono una serie di meccanismi.
Mi sono ritrovata davvero dispersa. Non mi ricordavo chi sono quando mi alzavo dal letto. Non me lo ricordavo quando andavo a dormire.
Ho cercato di assomigliare a qualcosa che non sono per il bene comune. Ho cercato di imbrigliare il mio caos. Mi sono frustrata. Fustigata. Ammansita.
Francamente non mi è servito ad un cazzo.
Poi camminando per le strade di Roma sono riuscita a rincontrare le persone che ho lasciato tempo fa, mi sono ricordata di cosa amo. E non mi ha fatto paura.
Amo la mia solitudine, la feccia che mi abita l’anima. Il mio sangue nero di veleno.
Amo il mio caos, in cui mi muovo saltellando come una vecchia pazza sotto la pioggia.
Amo la mia storia di merda, i passaggi feroci della mia vita.
Amo il frutto di quello che sono.
Amo la potenza di quello che posso diventare.
Ma quello che amo più di tutto quanto è la consapevolezza e il desiderio del momento in cui tutto quello che sono stata, tutti i mostri che vedo quando mi guardo allo specchio non saranno più parte di me.
Amo il giorno in cui chiuderò tutto questo in uno stipone e non camminerò più per mano al mio io mostruoso.
La via di uscita da questo fiume di merda è sempre in fondo a destra.